“La proprietà privata per nessuno è un diritto inalienabile ed assoluto. Nessuno ha la prerogativa di poter usare esclusivamente dei beni in suo vantaggio oltre il bisogno quando ci sono quelli che muoiono per non aver niente, – son parole gravi – se non altro alla luce di queste parole non solo le nazioni, ma anche noi privati, specialmente noi di chiesa, dobbiamo chiederci: abbiamo veramente compiuto il precetto di Gesù, che ha detto: Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Papa Luciani nell’Angelus del 27 settembre 1978, a due giorni dalla sua misteriosa dipartita, riferendosi al passo seguente:

- La proprietà -

23. «Se qualcuno, in possesso delle ricchezze che offre il mondo, vede il suo fratello nella necessità e chiude a lui le sue viscere, come potrebbe l’amore di Dio abitare in lui?» (1Gv 3,17). Si sa con quale fermezza i padri della chiesa hanno precisato quale debba essere l’atteggiamento di coloro che posseggono nei confronti di coloro che sono nel bisogno: «Non è del tuo avere, afferma sant’Ambrogio, che tu fai dono al povero; tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. Poiché è quel che è dato in comune per l’uso di tutti, ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi». È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. In una parola, «il diritto di proprietà non deve mai esercitarsi a detrimento dell’utilità comune, secondo la dottrina tradizionale dei padri della chiesa e dei grandi teologi». Ove intervenga un conflitto «tra diritti privati acquisiti ed esigenze comunitarie primordiali», spetta ai poteri pubblici «adoperarsi a risolverlo, con l’attiva partecipazione delle persone e dei gruppi sociali».

Tratto dall’enciclica “Populorum Progressio – Lo sviluppo dei popoli” di Paolo VI risalente al 26 marzo 1967

Dedicato in primo luogo a me stesso, poichè ignoravo l’esistenza di tali preziosi messaggi, ma anche a tutti i sacerdoti, con i quali ci si può trovare in disaccordo, ma che giornalmente dedicano il loro impegno al bene del mondo.

“Quindi davvero voi non credete in Dio?”

“Non ne trovo motivi in natura, nè sono il solo. Strabone ci dice che i Galiziani non avevano nessuna nozione di un essere superiore. Quando i missionari dovettero parlare di Dio agli indigeni delle Indie Occidentali, ci racconta Acosta (che pure era gesuita), dovettero usare la parola spagnola Dios, non ci crederete, ma nella loro lingua non esisteva alcun termine adeguato. Se l’idea di Dio non è nota in stato di natura , deve dunque trattarsi di una invenzione umana… Ma non mi guardate come se non avessi sani principi e non fossi un fedele servitore del mio re. Un vero filosofo non chiede affatto di sovvertire l’ordine delle cose. Lo accetta. Chiede solo che gli si lasci coltivare i pensieri che consolano un animo forte. Per gli altri fortuna che ci siano i papi e vescovi a trattenere le folle dalla rivolta e dal delitto. L’ordine dello stato esige una uniformità della condotta, la religione è necessaria al popolo e il saggio deve sacrificare parte della sua indipendenza affinchè la società si mantenga ferma. Quanto a me, credo di essere un uomo probo: sono fedele agli amici, non mento, se non quando faccio una dichiarazione d’amore, amo il sapere e faccio, a quanto dicono, buoni versi. (…) “

Umberto Eco, “L’isola del giorno prima” Cap. VIII

Dedicato a coloro che non tollerano l’ateismo moderno e inscenano crociate contro gli immorali infedeli

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